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Per una persona potrebbero essere quasi una liberazione. Per un’azienda, quattro ore sono già una cosa seria. Sono le 9 del mattino e Internet sparisce. Non rallenta, non “va e viene”. Sparisce proprio. La prima reazione è ormai un rituale collettivo: insultiamo il router. Lo spegniamo, aspettiamo quei dieci secondi che dovrebbero misteriosamente guarirlo e lo riaccendiamo. Niente. Passiamo ai dati mobili. Niente. Proviamo un’altra applicazione. Niente. Guardiamo il telefono come se ci avesse personalmente traditi. Passano dieci minuti. Poi venti. Internet non torna. Ore 9:20. Improvvisamente abbiamo delle mani WhatsApp tace. Instagram non si aggiorna. Niente email, niente Google, niente notifiche che ci informano di qualcosa che probabilmente potevamo tranquillamente non sapere. Bisogna portare fuori il cane. Usciamo e il telefono rimane in tasca. Tanto, per una volta, serve a poco. Dopo cento metri succede qualcosa di inquietante: siamo costretti a guardare il paesaggio. Scopriamo che nel quartiere hanno aperto un negozio. Che quell’albero è diventato enorme. Che il vicino che incontriamo quasi ogni mattina ha persino una voce. Il cane, nel frattempo, non sembra particolarmente turbato dal collasso della civiltà digitale. Annusa un albero, incontra un altro cane e prosegue la sua giornata. Evidentemente aveva già sviluppato una strategia di continuità operativa. Torniamo a casa. Prepariamo un caffè senza fotografarlo. Aspettiamo cinque minuti senza riempirli con uno schermo. Magari prendiamo in mano quel libro che da mesi svolge egregiamente la funzione di soprammobile. Il problema è che Internet continua a non esserci. Nello stesso momento, in azienda, nessuno sta guardando il paesaggio Ore 9:27. “Anche a voi non funziona Internet?” Sì. Cioè no. Il commerciale prova ad accedere al CRM. Niente. L’amministrazione cerca un documento nel cloud. Il documento esiste, ma in questo momento potrebbe trovarsi anche sulla Luna. La videoconferenza delle 9:30 salta. Chi lavora da remoto perde l’accesso ad alcuni servizi. Le email non arrivano e quelle inviate rimangono in attesa. Qualcuno propone:”nel frattempo facciamo altro.” Ottima idea. Solo che anche “l’altro” era online. Naturalmente non tutte le aziende reagirebbero nello stesso modo. Alcune continuerebbero a lavorare quasi normalmente grazie a sistemi locali, procedure indipendenti dalla rete o connessioni alternative. Altre inizierebbero a rallentare. Altre ancora scoprirebbero con una certa sorpresa che quasi tutto ciò che fanno passa, direttamente o indirettamente, da Internet. Ore 10. A casa la situazione migliora È trascorsa un’ora. La tentazione di controllare se la connessione sia tornata comincia lentamente a diminuire. Qualcuno lavora offline. Qualcun altro cucina, legge, sistema qualcosa che rimandava da settimane. Si telefona, se la rete voce è disponibile. Si parla con qualcuno senza interrompere la conversazione per guardare uno schermo. Potrebbe perfino insinuarsi un pensiero imbarazzante: non si sta poi così male. Non perché Internet sia il nemico. Semplicemente perché per un’ora è scomparsa anche quella richiesta permanente di attenzione che normalmente ci accompagna ovunque. Il cane, naturalmente, continua a non vedere alcuna emergenza. Ore 11. In azienda, invece, comincia il conto Sono passate due ore. Una procedura aspetta. Un cliente non riceve una risposta. Un ordine rimane sospeso. Un collaboratore non può completare un’attività. Qualcuno prende nota delle cose da fare “quando torna Internet” e la lista comincia ad allungarsi. A questo punto diventa evidente qualcosa che normalmente rimane nascosto proprio perché funziona. Internet non è più soltanto il posto dove navighiamo. Dentro quella connessione passano documenti, pagamenti, ordini, comunicazioni, telefonia, servizi cloud, gestionali, CRM, assistenza, rapporti con clienti e fornitori. Per una persona Internet è ancora, almeno in parte, qualcosa da cui ci si può allontanare. Per molte imprese è diventato infrastruttura produttiva. Ore 12. Adesso comincia a essere lunga Tre ore. A casa qualcuno potrebbe quasi essersi abituato. La mattinata ha semplicemente preso una direzione diversa. In azienda l’umore è meno filosofico. Non significa necessariamente che tutto sia fermo. Ed è proprio qui che emergono le differenze. Un’azienda con procedure di continuità, connessioni alternative e una buona conoscenza delle proprie dipendenze tecnologiche può continuare parte delle attività. Un’altra può scoprire di dipendere da un unico collegamento o da servizi che, senza accesso alla rete, diventano immediatamente indisponibili. Il blackout sta facendo qualcosa che nessuna presentazione PowerPoint avrebbe fatto altrettanto bene: sta mostrando l’infrastruttura informatica dell’azienda attraverso ciò che improvvisamente manca. Ore 13. Bentornati Internet ritorna. Sono trascorse quattro ore. A casa il telefono recupera rapidamente il tempo perduto. Messaggi, email, notifiche e aggiornamenti arrivano tutti insieme. In pochi minuti torniamo con sorprendente naturalezza alla nostra connessione permanente. Il cane ci guarda con una certa delusione. In azienda, invece, il ritorno della rete non chiude immediatamente il problema. Ripartono le applicazioni, arrivano le comunicazioni sospese, bisogna recuperare operazioni e verificare che nulla sia rimasto indietro. Le quattro ore sono finite. Ma il loro costo potrebbe durare più a lungo. Potremmo chiudere qui. Invece facciamo una cosa decisamente più provocatoria. E se non fosse stato un guasto? Immaginiamo che un Paese decida di fare esattamente quello che è appena successo. Una volta alla settimana. Quattro ore programmate senza Internet, conosciute in anticipo da cittadini e imprese. Naturalmente con esclusioni per sanità, sicurezza, emergenze, infrastrutture critiche e tutti quei servizi per i quali interrompere la connessione sarebbe impossibile o pericoloso. Non un guasto. Una scelta. La prima reazione sarebbe probabilmente furiosa. E la prima obiezione perfettamente ragionevole: quanto ci costa? Il conto delle quattro ore E-commerce, transazioni online, servizi cloud e moltissime attività produttive dipendono dalla rete. Interromperle avrebbe un costo reale. Per alcuni settori sarebbe probabilmente insostenibile. Ma proprio perché l’obiezione è seria vale la pena rovesciare la domanda. Sappiamo calcolare abbastanza bene il costo di un’ora di fermo macchina, di un servizio indisponibile o di una mancata transazione. Siamo molto meno bravi a calcolare il costo quotidiano delle interruzioni continue, delle notifiche, del sovraccarico informativo, delle riunioni online inutili, della frammentazione dell’attenzione e dello stress prodotto dalla reperibilità permanente. Allora quelle quattro ore potrebbero essere considerate soltanto una perdita. Oppure potrebbero diventare quattro ore organizzate diversamente. Che cosa farebbe un’azienda con quattro ore offline? Sapendo in anticipo che la rete si spegnerà, l’azienda potrebbe prepararsi. Formazione in presenza. Team building. Corsi sulla gestione dello stress. Brainstorming. Riunioni strategiche. Manutenzione. Revisione dei processi. Attività creative. Confronti tra reparti che durante il resto della settimana comunicano principalmente attraverso software, ticket, chat ed email. Quattro ore nelle quali non puoi mandare un messaggio al collega seduto nella stanza accanto. Potrebbe persino accadere qualcosa di rivoluzionario: alzarsi e andare a parlargli. Anche fuori dalle aziende quelle ore potrebbero assumere una funzione diversa. Attività sportive, biblioteche, incontri, iniziative culturali, scuola, tempo all’aperto. E soprattutto scomparirebbe una delle ragioni per cui oggi è così difficile disconnettersi volontariamente: la sensazione che, mentre noi siamo offline, tutto il resto continui a correre. Per quattro ore sarebbero offline anche gli altri. E sarebbe anche un gigantesco stress test C’è poi un effetto molto meno romantico e molto più interessante per chi si occupa di informatica. Quelle quattro ore mostrerebbero immediatamente quali imprese possono continuare a lavorare, quali attività dispongono di alternative, quali informazioni rimangono accessibili, quali processi dipendono totalmente dalla rete e quali infrastrutture sono state progettate pensando anche alla continuità operativa. Una radiografia delle dipendenze tecnologiche di un intero sistema economico. Naturalmente questa non è una proposta di legge e nessuno sta suggerendo di spegnere Internet quattro ore alla settimana. È un esperimento mentale. Ma gli esperimenti mentali servono proprio a rendere visibile ciò che la normalità nasconde. Softcomet lavora perché le imprese possano contare su infrastrutture affidabili, conoscere i propri punti critici e continuare a operare quando qualcosa non funziona come dovrebbe. Proprio per questo possiamo permetterci di chiudere con una provocazione. Quanto costerebbero quattro ore senza Internet? Possiamo provare a calcolarlo. Quanto ci costa, invece, non spegnerlo mai? Quello è un conto che abbiamo appena cominciato a fare. Il cane, probabilmente, ha già scelto da che parte stare. Letture correlate:
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