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Il caso Hyundai racconta una trasformazione che va molto oltre i robot: che cosa significa oggi preparare un’impresa all’innovazione? Atlas ha due braccia, due gambe e una forma vagamente umana. Può sollevare fino a 50 chilogrammi, muoversi autonomamente e sostituire da solo la propria batteria. Non prende il caffè, non va in ferie e, soprattutto, non è più soltanto uno spettacolare prototipo da mostrare a una fiera tecnologica. Hyundai Motor Group, proprietaria di Boston Dynamics, ha annunciato che dal 2028 Atlas inizierà a lavorare nel suo stabilimento americano in Georgia, inizialmente nelle attività di preparazione e sequenziamento dei componenti. Dal 2030 il programma dovrebbe estendersi anche all’assemblaggio. Il gruppo punta inoltre a costruire entro il 2028 una capacità produttiva di 30.000 robot all’anno. (HYUNDAI MOTORS) A migliaia di chilometri di distanza, nelle fabbriche Hyundai della Corea del Sud, la notizia assume però un significato molto meno futuristico. Quando il futuro entra in una trattativa sindacale Il 21 agosto il sindacato Hyundai, che rappresenta circa 40.000 lavoratori, ha organizzato il primo sciopero completo dell’azienda in dieci anni, dopo settimane di astensioni parziali. Al centro della vertenza ci sono salari, bonus, pensionamento, ma anche una questione destinata a diventare sempre meno marginale: la sicurezza del lavoro di fronte alla crescente automazione e all’intelligenza artificiale. (Reuters) Pochi giorni dopo è arrivato un accordo preliminare che, oltre agli aspetti salariali, prevede nuove assunzioni tecniche e la prosecuzione del confronto proprio sulla sicurezza occupazionale collegata all’introduzione dell’AI. Sarebbe facile trasformare questa storia nell’ennesimo scontro tra uomini e macchine. Da una parte i robot che avanzano. Dall’altra i lavoratori che cercano di fermarli. La realtà è decisamente più interessante. Hyundai presenta infatti la propria strategia come human-centered AI Robotics: robot destinati inizialmente alle attività ripetitive, pesanti o rischiose, mentre alle persone dovrebbero rimanere supervisione, formazione e controllo. È la visione dell’azienda e, come ogni grande trasformazione industriale, dovrà confrontarsi con ciò che accadrà realmente quando questa tecnologia entrerà nei processi produttivi. Ed è proprio qui che il caso Hyundai smette di riguardare soltanto Hyundai. Non è la prima volta che una macchina cambia il lavoro Le macchine sostituiscono attività umane da secoli. Il telaio meccanico, la catena di montaggio, il computer, i software gestionali e l’automazione industriale hanno eliminato alcune mansioni, ne hanno trasformate molte altre e ne hanno create di nuove. Quello che sta cambiando oggi è la convergenza. Robotica, intelligenza artificiale, sensori, capacità di calcolo e grandi quantità di dati stanno cominciando a funzionare come parti dello stesso sistema. Una macchina non deve più necessariamente ripetere per sempre un unico movimento programmato. Può acquisire informazioni dall’ambiente, adattarsi, essere aggiornata attraverso software e svolgere attività progressivamente più complesse. Non siamo quindi davanti semplicemente a “un robot più bravo”. Stiamo entrando nella fase della cosiddetta Physical AI, nella quale l’intelligenza artificiale esce dallo schermo e comincia ad agire nel mondo fisico. Hyundai non è sola in questa corsa. Boston Dynamics collabora con Google DeepMind sullo sviluppo della robotica avanzata e il gruppo coreano lavora anche con NVIDIA. Il confine tra industria manifatturiera e industria digitale diventa così sempre meno netto. E una PMI italiana cosa c’entra con Atlas? Probabilmente, domani mattina, molto poco. Una piccola o media impresa italiana difficilmente troverà un robot umanoide seduto alla scrivania o accanto a una macchina utensile al rientro dalle ferie. Ma sarebbe un errore fermarsi all’immagine del robot. Quando una tecnologia raggiunge la produzione industriale, ciò che cambia non è soltanto lo strumento utilizzato. Cambiano progressivamente i processi, le competenze richieste, i dati necessari, l’organizzazione del lavoro e le infrastrutture che permettono a quella tecnologia di funzionare. È già accaduto con il cloud. Sta accadendo con l’intelligenza artificiale. Accadrà con forme di automazione che oggi possono sembrare riservate alle grandi industrie. La domanda interessante per un’impresa, quindi, non è: dobbiamo comprare un robot? È un’altra: quanto siamo preparati a integrare tecnologie che ancora non sappiamo esattamente quale forma assumeranno? L’innovazione non comincia quando arriva la macchina Una tecnologia nuova non entra nel vuoto. Ha bisogno di reti affidabili, dati disponibili e organizzati, sistemi capaci di comunicare, sicurezza informatica, capacità di calcolo, continuità operativa e persone in grado di comprenderne il funzionamento. È qui che il tema diventa molto concreto anche per aziende lontanissime dalle fabbriche Hyundai. Innovare non significa inseguire ogni novità tecnologica. Significa costruire un’impresa sufficientemente solida e flessibile da poter valutare una nuova tecnologia quando diventa utile, integrarla senza mettere in crisi ciò che già funziona e, soprattutto, scegliere quando vale davvero la pena adottarla. Per questo l’infrastruttura informatica non è semplicemente ciò che sta dietro all’innovazione. Sempre più spesso è ciò che rende possibile innovare. La domanda non è essere favorevoli o contrari Il caso Hyundai mette sul tavolo questioni economiche, tecnologiche e sociali che non possono essere liquidate con un entusiasmo ingenuo per i robot né con il rifiuto dell’innovazione. Ci saranno lavori che cambieranno. Attività che potranno essere automatizzate. Competenze che perderanno importanza e altre che diventeranno indispensabili. E ci saranno decisioni che aziende, lavoratori e istituzioni dovranno affrontare insieme. Non sappiamo ancora dove porterà questo processo. Possiamo però osservare una cosa: Atlas non appartiene più soltanto ai video sul futuro. Hyundai ha già indicato una fabbrica e una data. 2028. Georgia. Il futuro, insomma, ha già un turno di lavoro. Per un’impresa prepararsi non significa indovinare quale tecnologia vincerà. Significa costruire oggi le condizioni per poter scegliere domani. Ed è probabilmente questa la domanda più utile da porsi: quando una tecnologia che oggi ci sembra lontana busserà alla porta della nostra azienda, saremo pronti a decidere che cosa farne? Letture correlate:
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