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Il mondo sta diventando multipolare anche nella tecnologia? Per quasi trent’anni abbiamo considerato Internet come uno spazio globale, senza confini. Le informazioni viaggiavano ovunque, i servizi erano accessibili da qualsiasi Paese e scegliere una piattaforma cloud significava confrontare prestazioni, funzionalità e prezzo. Quella stagione sta finendo. Oggi il mondo sta riscoprendo i confini. Non soltanto quelli commerciali o politici, ma anche quelli digitali. E il cloud, che fino a ieri sembrava un semplice servizio informatico, è diventato uno degli strumenti attraverso cui gli Stati stanno ridefinendo i propri equilibri economici e strategici. L’Europa lo ha capito. E ha deciso di cambiare direzione. Da Internet globale alla competizione tra ecosistemi Per oltre vent’anni il mercato è stato dominato da pochi protagonisti. Amazon Web Services (AWS), Microsoft Azure e Google Cloud sono diventati l’infrastruttura sulla quale oggi funzionano milioni di imprese, servizi pubblici, ospedali, università e pubbliche amministrazioni in tutto il mondo. Anche in Europa. Molti governi europei utilizzano servizi sviluppati da aziende statunitensi. Una parte significativa dell’economia digitale europea poggia quindi su infrastrutture progettate, gestite e governate da imprese soggette alla legislazione degli Stati Uniti. Per molto tempo questo non è stato percepito come un problema. Oggi la prospettiva è cambiata. Perché l’Europa sta cambiando strategia Negli ultimi anni il contesto internazionale è diventato profondamente diverso. La competizione tra Stati Uniti e Cina per il controllo dei semiconduttori, le restrizioni imposte nei confronti di aziende come Huawei, la corsa all’intelligenza artificiale, le tensioni commerciali e i conflitti internazionali hanno riportato al centro un concetto che sembrava appartenere al Novecento: la sovranità. Se energia, telecomunicazioni e difesa sono considerate infrastrutture strategiche, perché il cloud dovrebbe essere diverso? È questa la domanda che la Commissione Europea si è posta. La risposta è arrivata con il nuovo pacchetto dedicato alla European Technological Sovereignty, attraverso il quale Bruxelles vuole rafforzare la capacità dell’Europa di sviluppare infrastrutture digitali proprie e ridurre alcune dipendenze considerate strategiche. Il CLOUD Act e la questione della giurisdizione Uno degli elementi che ha alimentato questo dibattito è il CLOUD Act, la normativa approvata dagli Stati Uniti nel 2018. In sintesi, la legge consente alle autorità statunitensi, attraverso specifiche procedure legali, di richiedere dati detenuti da aziende soggette alla giurisdizione americana, anche quando tali dati siano conservati all’estero. È proprio questo aspetto ad aver aperto una riflessione all’interno delle istituzioni europee. Durante un’audizione davanti al Senato francese, un dirigente di Microsoft ha dichiarato che la società non può garantire in modo assoluto che dati ospitati nei data center francesi non possano essere oggetto di richieste previste dalla normativa statunitense. Non si tratta di stabilire se questo accadrà o con quale frequenza. Il punto è un altro. Per l’Europa è diventato evidente che la posizione geografica di un data center non coincide necessariamente con la giurisdizione che disciplina l’azienda che lo gestisce. Ed è proprio questa distinzione ad aver cambiato il dibattito. Le nuove regole europee La Commissione Europea sta lavorando a un nuovo quadro normativo che introduce diversi livelli di sovranità per i servizi cloud destinati alle amministrazioni pubbliche e alle infrastrutture più sensibili. L’obiettivo è favorire piattaforme in grado di garantire requisiti sempre più elevati di autonomia, controllo e indipendenza. Secondo le linee guida presentate dalla Commissione, raggiungere i livelli più elevati potrebbe risultare particolarmente complesso per operatori soggetti a legislazioni extraeuropee, indipendentemente dal fatto che abbiano data center localizzati all’interno dell’Unione. È una scelta che ha già aperto un acceso confronto con le grandi aziende tecnologiche americane e con le associazioni che le rappresentano. Per la prima volta, il tema non riguarda la qualità dei servizi offerti da AWS, Microsoft o Google, ma il rapporto tra tecnologia, diritto e autonomia strategica. Un mondo sempre più multipolare Quello che sta accadendo in Europa non è un episodio isolato. Gli Stati Uniti difendono la propria leadership tecnologica. La Cina sviluppa un ecosistema digitale sempre più autonomo attraverso aziende come Huawei, Alibaba Cloud e Tencent. L’Europa cerca ora di costruire una propria capacità industriale nei settori del cloud, dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture digitali. La globalizzazione tecnologica non sta scomparendo, ma sta lasciando spazio a un equilibrio diverso, nel quale ogni grande area economica cerca di rafforzare la propria autonomia senza rinunciare alla cooperazione internazionale. È una trasformazione destinata a influenzare il mercato per molti anni. Perché tutto questo riguarda anche le PMI Molte piccole e medie imprese utilizzano ogni giorno Microsoft 365, Google Workspace, Azure, AWS o altri servizi internazionali senza interrogarsi sull’infrastruttura che li sostiene. Non c’è nulla di sbagliato in questa scelta. Ma il contesto sta cambiando. Nei prossimi anni il mercato parlerà sempre più spesso di sovranità digitale, interoperabilità, portabilità dei dati, vendor lock-in, conformità normativa e resilienza delle infrastrutture. Saranno questi, insieme a costi e prestazioni, i nuovi criteri con cui valutare una piattaforma tecnologica. Comprendere il cambiamento prima che diventi obbligo La geopolitica è entrata nei data center. Le decisioni che oggi vengono prese a Bruxelles, Washington o Pechino finiranno inevitabilmente per influenzare anche le scelte delle imprese italiane. Non perché sarà necessario abbandonare le piattaforme americane, che continueranno a svolgere un ruolo centrale nell’innovazione digitale mondiale, ma perché il modo di progettare un’infrastruttura IT sta diventando più complesso e richiede una visione più ampia. Per le aziende significa iniziare a porsi domande nuove: dove risiedono i dati, quali regole governano i servizi utilizzati, quanto è semplice cambiare piattaforma, quali dipendenze si stanno creando e come garantire continuità nel tempo. In questo scenario, il valore di un partner come Softcomet non consiste soltanto nell’implementare soluzioni tecnologiche, ma nell’accompagnare le imprese nella costruzione di infrastrutture digitali consapevoli, resilienti e capaci di adattarsi a un mondo che, anche dal punto di vista tecnologico, sta diventando sempre più multipolare. Letture correlate:
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